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Nonostante la forma possa suggerirlo… non è un fallo, bensì un grafico che dimostra come – nel 2040 – le persone che NON lavorano saranno decisamente superiori a chi lavora.

Il 33,7% delle persone avrà più di 65 anni. Oggi rappresentano il 22,7%, per intenderci.

Il 21,7% delle persone avrà meno di 24 anni. Contro il 23,2% di oggi.

Il rimanente 44,6% dovrebbe lavorare.

A luglio 2016, la disoccupazione è scesa al 11,4%.

Ci mettiamo un tondo 10% di disoccupazione nel 2040?

Vuol dire che nel 2040 circa il 40% della popolazione lavorerà.

Mentre il rimanente 60%… no.

Tutto questo fenomeno è stato scatenato dal periodo del baby boom.

Negli anni ’50, infatti, la piramide si presentava con una base solida. Questa l’evoluzione:

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Basta dare un’occhiata ai grafici relativi alla situazione mondiale per capire che questo problema non è così generalizzato.

 

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Come puoi vedere – anche se la base giovane si restringerà – non dovrà certo sostenere una pancia anziana come la nostra. Anche l’Europa intera ha questo problema, ma decisamente meno accentuato rispetto a noi:

 

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La normalità in Italia arriverà nel 2090, quando si stima ci saranno 10 milioni di persone in meno nel nostro paese:

 

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Puoi fare anche tu tutte le simulazioni che vuoi cliccando su questo link:

http://populationpyramid.net/it/

Ma torniamo al 2040 – ovvero tra soli 24 anni – quando ci sarà questa grande pancia anziana da gestire.

A mio avviso, ci saranno due grandi problemi.

Il primo è già noto e riguarda la tenuta delle pensioni.

Dato che il nostro sistema è a ripartizione (ovvero i contributi versati da un lavoratore trentenne oggi non vengono accantonati ma servono per pagare chi è già in pensione), sarà interessante vedere quali pensioni verranno effettivamente erogate.

Detto terra a terra, bisognerà vedere quanti lavoratori riusciranno a versare i contributi.

Questo articolo dimostra segnali piuttosto inquietanti.

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A onor del vero c’è da preoccuparsi, perché i giovani se ne stanno andando davvero dall’Italia.

E non stanno scappando solo i giovani del sud. Le prime due regioni più colpite dall’esodo sono Lombardia e Veneto, ovvero le zone che da sempre trainano l’economia italiana.

Non tutti saranno disposti a sopportare il “magna magna” del nostro sistema e i disastri fatti nel passato.

I giovani d’oggi sono cittadini del mondo e – giustamente – vanno (e andranno sempre più) a lavorare e pagare le tasse nei paesi che offrono maggiori opportunità e garantiscono servizi migliori.

Di conseguenza, gli Stati sono in concorrenza tra loro per accaparrarsi i migliori contribuenti.

E noi?

Acquisiamo immigrati che vengono a delinquere o scappano dalla guerra e miseria… e lasciamo partire i migliori.

La prospettiva si tinge veramente di grigio.

Se i governi futuri non applicheranno politiche incentivanti per i giovani, rischiamo veramente che nel 2040 la colonna portante –  già fragile – dei lavoratori contribuenti si spezzi come un grissino.

Ma emerge un secondo problema ancora più grande.

Riguarda la sanità.

Anche se in Italia siamo soliti scagliarci contro il Sistema Sanitario Nazionale, all’estero il nostro sistema è considerato un fiore all’occhiello.
Per Bloomberg (autorevole multinazionale americana specializzata in analisi e informazioni) è il primo in Europa e terzo al mondo, dietro solo a Singapore e Hong Kong.

Questa è la top ten:

  • Singapore
  • Hong Kong
  • Italia
  • Giappone
  • Corea del Sud
  • Australia
  • Israele
  • Francia
  • Emirati Arabi
  • Regno Unito

I criteri considerati da Bloomberg sono tre:

  1. Aspettativa di vita
  2. Rapporto tra il costo del sistema sanitario e il PIL
  3. Totale delle spese mediche per cittadino.

Secondo un altro istituto (E.H.C.I.), sempre nel 2014, il risultato è stato decisamente diverso.
Ci siamo piazzati addirittura al 22° posto tra i 37 esaminati dell’Unione Europea.

Cosa è cambiato rispetto alla versione di Bloomberg?

Ecco le principali motivazioni di questa diversità nel giudizio.

La qualità dell’assistenza è garantita a macchia di leopardo, i tempi di attesa sono mediamente lunghi e per finire, la gamma di prodotti farmaceutici erogati non al top.

Ora, in Europa esistono principalmente due modelli:

1)         Quello bismarkiano, usato in Francia e Germania, che prevede il finanziamento con l’iscrizione obbligatoria all’assicurazione sanitaria, che poi rimborsa le spese mediche ai cittadini.

2)         Il modello di Beveridge, presente anche in Italia, finanziato in prevalenza dal gettito fiscale e organizzato in sistema sanitario nazionale.

A noi non interessa sapere chi ha ragione. Ci interessa capire dove siamo forti e dove invece dobbiamo diventare maggiormente preparati come cittadini. Il motivo? Capire come impatterà sulla sanità avere un popolo dove una persona su tre è sopra i 65 anni.

Fissiamo i pro:

  1. La speranza di vita degli italiani è tra le più longeve al mondo. Ci collochiamo al secondo posto dietro al Giappone (per solo mezzo anno), che ha un’età media di 83 anni. Questo è un risultato generato da un sistema che funziona e che ha funzionato soprattutto in passato.
  2. Altro vantaggio del nostro sistema è quello di essere gratuito per tutti, almeno per quello che riguarda le prestazioni essenziali.

Vediamo ora i contro:

  1. Secondo i dati CENSIS, nel 2013 la spesa pubblica è stata di € 114, 2 miliardi (77% del totale) e di € 32,4 miliardi per il privato (il 23% del totale). La quota a carico delle famiglie comincia ad essere importante.
  2. Liste di attesa sempre più lunghe specialmente per visite specialistiche ed esami diagnostici.
  3. Mancanza di assistenza pubblica per le persone NON autosufficienti.

In Italia si possono trovare delle eccellenze così come dei casi di cui vergognarsi, dipende da dove si vive. Detto questo, il rammarico è che anche se siamo uno dei popoli più longevi al mondo, siamo tra quelli che fanno meno prevenzione.

 

Ma facciano un passo indietro per capire come si è evoluto il nostro sistema sanitario negli ultimi anni. Nel dicembre del 1978, una legge termina un progressivo lavoro di straordinaria modificazione dell’organizzazione sanitaria nel nostro Paese. Vengono soppressi i sistemi mutualistici per far nascere il Servizio Sanitario Nazionale.

Si basava su tre concetti. Doveva essere:

  • Un sistema universale per la totalità della popolazione
  • Un sistema unificato con un unico contributo che copre l’insieme di rischi
  • Un sistema uniforme che garantisce le stesse prestazioni a tutti gli interessati

Con questa legge, l’Italia rende concreto il diritto dei cittadini alla salute.

Purtroppo, già dopo qualche mese, viene di fatto istituito il “ticket” sui farmaci e su alcune prestazioni sanitarie, modificando quindi il principio di gratuità del sistema.

Poi come per altri ambiti, negli anni ‘80 e ‘90 molti hanno sfruttato questa istituzione per tornaconti personali.

Dopo Mani Pulite, nel 1993 si inizia a dare grandi poteri alle regioni, cambiando di fatto l’omogeneità delle prestazioni.

Con la trasformazione delle strutture pubbliche da Unità Sanitarie Locali (USL) in Aziende Sanitarie Locali (ASL), si innesca un meccanismo di concorrenza tra le varie strutture. Con questo passaggio, cominciano a ragionare come aziende private, prestando attenzione al costo e al risultato, alla qualità del servizio erogato.

Parallelamente, nascono le strutture private che, grazie al meccanismo dell’accreditamento, diventano a tutti gli effetti un pilastro del sistema – e non semplici supporti accessori.

Se la struttura privata è riconosciuta e accreditata dal SSN, infatti, il cittadino può usufruire di prestazioni (ambulatoriali, diagnostiche, chirurgia, ecc.) pagando soltanto il relativo ticket, allo stesso costo della struttura pubblica. Il Servizio Sanitario Nazionale procede poi al rimborso alla struttura privata.

Nel 1999 arriva il decreto Bindi, motivato dal potenziale conflitto di interesse.
Nella pratica vietava ai medici dipendenti delle ASL di svolgere attività privata, sia dentro le strutture pubbliche sia fuori. Dovevano quindi scegliere: o pubblici o privati.

Nel 2001, parte la riforma del titolo V della Costituzione che ridefinisce i rapporti tra Stato e regioni in senso federalistico, attribuendo nuove autonomie e poteri a quest’ultime, e aumentando la frammentazione e la disomogeneità dei servizi erogati.

E veniamo ai giorni nostri.

Si sa, la sanità continua ad effettuare tagli. Bisogna contenere le spese anche perché il futuro non è così luminoso.

Anche se non ho trovato dati recenti, basta guardare i tagli che sono stati fatti sui posti letto:

Questi i tagli dei posti letto per 1.000 abitanti degli istituti di cura pubblici e privati, disaggregati a livello regionale. Fonte Istat.

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Quello che rattrista è che il 32% dei disabili vive solo e personalmente penso non ci sia di peggio per una persona di avere un futuro fatto in solitudine e in malattia. Se poi questa rimane anche senza soldi…

I dati dell’Istituto nazionale di statistica (ISTAT) indicano per il 2013 (ultimo anno al momento disponibile) 600.000 decessi.

Due persone su tre sono decedute per le prime due cause di morte:

  1. Le malattie cardio-circolatorie: 222.000 pari al 37%
  2. Tumori: 176.000 pari al 29%

La pubblicazione annuale dell’associazione italiana di oncologia medica “I numeri del cancro 2016”, presentata al Ministero della Salute ha dichiarato:

“Ogni giorno vengono diagnosticati mille tumori.”

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Per farla breve, non è così difficile capire che chi ha maggiormente bisogno di assistenza sanitaria sono le persone anziane.

E se la popolazione invecchierà, se nel 2040 ci saranno 6 milioni in più di italiani con più di 65 anni (oggi sono circa 13,5 milioni, nel 2040 19,5), la sanità non dovrebbe tagliare, bensì investire maggiori risorse.

Dove voglio arrivare con tutto questo discorso?

Che l’Italia sta tagliando il welfare e se gli attuali lavoratori non agiscono in prima persona garantendosi per le gravi invalidità, la NON autosufficienza, sussidi per le spese sanitarie adesso che sono ancora “assicurabili”, rischieranno di vivere veramente soli, malati e senza soldi.

Altro problema, il 30% delle persone muore prima di arrivare alla pensione.

Alcune di queste lasceranno certamente la loro famiglia in gravi difficoltà economica.

Quindi:

  1. Pensioni di vecchiaia e anzianità sono problemi minori e del futuro.
  2. Pensioni di invalidità e superstiti sono problemi enormi e del presente.

Bisogna ridefinire le priorità.

Bisogna fare informazione.

La priorità oggi è integrare la pensione di invalidità e quella per i superstiti.

La pensione di vecchiaia è un problema secondario e futuro.

Prima la protezione, poi il risparmio.

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